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Maggio 2020

“The new tomorrow – Living and working after Covid-19”

By Stories&News

Quando torneremo alla nostra vita quotidiana dopo l’emergenza Covid19, guarderemo il mondo e gli spazi che abitiamo con occhi nuovi. Parte di un mondo globalizzato, interconnesso e interdipendente, ognuno di noi sentirà il bisogno di essere parte di un ripensamento generale dei nostri attuali stili di vita.

Quale sarà il contributo dell’architettura, del design e dell’urbanistica?

THE PLAN ha coinvolto architetti, designer e urbanisti di ogni parte del mondo.
Riportiamo il contributo di Mino Caggiula, Steven Holl e Patrik Schumacher all’iniziativa.

MINO CAGGIULA
Mino Caggiula Architects

STEVEN HOLL
Steven Holl Architects

PATRIK SCHUMACHER
Zaha Hadid Architects

steven holl

Steven Holl | I grandi architetti contemporanei

By Stories&News

Architetto e teorico, Steven Holl è sicuramente una delle figure più interessanti nel panorama dell’architettura contemporanea.

Nato nel 1947 a Brementon – Washington, e laureatosi nel 1971 presso la University of Washington, prosegue poi gli studi a Roma e a Londra. Negli anni, alla professione di architetto affiancherà anche l’insegnamento, prima presso la Columbia University, poi in altre prestigiose università statunitensi, da New York alla Pennsylvania.
Non solo quindi un progettista, ma anche un uomo appassionato di ricerca scientifica, di cui sono testimoni le numerose pubblicazioni su temi di grammatica architettonica.

E’ proprio questo background multiculturale e multidisciplinare a rendere Steven Holl uno degli architetti statunitensi più importanti del nostro tempo.
Dai soggiorni in Europa all’inizio degli anni Settanta, Holl apprende la capacità di sapersi adattare ai diversi contesti locali.

Questo suo innato interesse multidisciplinare caratterizzerà sempre le sue opere, che si distinguono dal linguaggio tipico contemporaneo, dove in un periodo storico dominato dall’ascesa del decostruttivismo, Steven Holl sviluppa la propria visione progettuale, in cui l’architettura è fatta di tempo, luce e materia.

Le opere di Holl risentono poi della sua particolare attenzione al rapporto e all’intreccio dell’architettura con le arti visive e dello spettacolo, con la fisica e la musica.

Proprio questa sua innata propensione alla multidisciplinarietà è la chiave del successo delle opere di Steven Holl, la cui progettazione viene influenzata di volta in volta non solo dall’intorno, dall’architettura o dalle funzioni, ma anche da altre discipline.

Steven Holl e il Kiasma

Una delle opere più importanti di Steven Holl, che ha risentito di questa commistione di varie materie ed input all’interno del processo progettuale, è sicuramente il Kiasma, Museo di Arte Contemporanea di Helsinki.

kiasma steven holl

Il Kiasma dall’esterno (photocredits: M00ster, wikimedia.org)

Il concetto di “chiasma” (punto del cervello in cui si incontrano le fibre dei due nervi ottici) guida la progettazione di questo museo, terminato nel 1998. L’edificio infatti è costituto da due corpi, intersecati fra loro, di cui uno prettamente rettilineo, un prisma, mentre l’altro è un volume curvo.

L’architetto americano ha pensato un edificio in linea con il suo pensiero, dove la luce gioca un ruolo non solo funzionale, ma è un mezzo per creare la giusta atmosfera all’interno del percorso espositivo.

Steven Holl e la Y House

Altro progetto, in cui l’architetto ribadisce il concetto guida del suo pensiero, ovvero che un progetto si debba basare su un’idea – forza, è la Y House.
La forma della Y rimanda sia alla volontà di Holl di rendere simbolico e metaforico ogni suo progetto, sia all’importanza di aprire l’abitazione verso l’esterno; ed ecco che la forma ad Y diventa perfetta, per abbracciare l’esterno e portarlo all’interno della casa. I due bracci dell’abitazione sono anche due punti di osservazione verso l’esterno.

y house steven holl

Y House (Photocredits: Steven Holl Architects)

Al suo interno, l’abitazione accoglie una commistione di zone giorno e notte, alternate nelle due “ali”, mentre i due profondi balconi a sud fungono da dispositivo solare passivo. Ciò permette ai raggi solari invernali di illuminare gli spazi interni dell’abitazione, evitando al tempo stesso il surriscaldamento estivo.

Esternamente, l’abitazione è costituita da una struttura intelaiata in acciaio a vista e vetro, dove l’acciaio è stato trattato con una particolare finitura in ossido di ferro, che gli conferisce il tipico colore rosso.

Steven Holl e il Sarphatistraat Office

Infine, altro interessantissimo intervento in una città europea, è rappresentato dall’edificio Sarphatistraat Office, ad Amsterdam inaugurato nel 2000.

Il progetto nasce dall’ampliamento di un magazzino federale lungo il Canale Singel, un magazzino a forma di U, che occupava quattro piani fuori terra. In questo intervento, Holl decide di utilizzare un materiale di rivestimento di facciata (il rame perforato) che sia in contrasto netto con l’intorno e con lo stesso rivestimento esistente, ovvero il mattone faccia vista.

Sarphatistraat Office holl

Vista notturna dal canale (photocredits: Steven Holl Architects)

Il rivestimento in rame perforato della zona in ampliamento lascia intravedere il materiale originale, oltre a lasciar passare la luce naturale. Ne deriva un interessantissimo gioco di luci e riflessi sulle superfici, che creano una velata trasparenza.

Come nel progetto precedente, anche in questo caso le grandi finestre evidenziano ed enfatizzano questo tipo di materiale in un sapiente gioco di volumi e materiali.

Questo edificio lungo il canale esprime il meglio di sé durante la notte. Le luci colorate aiutano la lettura delle intersezioni dei volumi, e della creazione dei pieni e dei vuoti.

Internamente e a differenza della facciata, il passaggio dalla parte precedente dell’edificio, sottoposto a ristrutturazione, è maggiormente mediato.
Il nuovo edificio si innesta sul lato opposto rispetto all’ingresso principale, proseguendo verso il canale. Per quanto riguarda la distribuzione funzionale, l’edificio preesistente ospita principalmente uffici pubblici, mentre il volume dell’ampliamento è destinato agli eventi. Ne fanno parte uno spazio espositivo e una grande sala polifunzionale.

Steven Holl e il Cambridge Simmons Hall del MIT

Fra le realizzazioni più recenti, non possiamo dimenticare il Cambridge Simmons Hall del MIT, Boston, inaugurato nel 2002.

Steven Holl Mit

Cambridge Simmons Hall (photocredits: Diderot/Mido, wikimedia.org)

Soprannominato the sponge, proprio dalle spugne marine lo stesso Holl afferma di aver tratto ispirazione per la modellazione del dormitorio per gli studenti del MIT.

Per Holl, lo spazio attorno e dentro l’edificio del dormitorio universitario ha stimolato l’interesse degli studenti.

Ne nacque cosi questa struttura “porosa”, che assorbe la luce naturale attraverso una serie di grandi aperture, pensate per tagliare la struttura in un sapiente gioco di pieni e vuoti. Questo progetto, che copre un totale di circa 18.000 mq ospita non solo gli alloggi per gli studenti universitari, ma anche un teatro, con una capienza di 125 posti a sedere, una caffetteria ed un ristorante.

Il carattere e le particolarità dell’edificio stanno appunto nell’abbondanza delle superfici vetrate, e nel gioco di pieni e vuoti, in cui ogni alloggio per studenti è provvisto di nove finestre. Come ricorre anche in altri progetti di Holl, la natura e la luce naturale penetrano all’interno delle strutture diventando un unicum compositivo.

La biblioteca di Hunters Point (Queens, New York)

Lo scorso 24 settembre 2019 un nuovo progetto di Steven Holl ha preso forma: si tratta della Hunters Point Library, una avveniristica biblioteca pubblica di 22.000 metri quadrati nei Queens (New York).

hunters point library vista lungomare queens

Foto: Steven Holl Architects

Steven Holl in sintesi

Luce, gioco della materia, che si interseca in varie combinazioni per creare pieni e vuoti che danno carattere allo spazio: possiamo così riassumere, in estrema sintesi, le opere di questo grande architetto contemporaneo.

Come già anticipato nella biografia, Steven Holl è stato tra i maestri dell’architetto Mino Caggiula, per cui ha collaborato alla finalizzazione di alcuni progetti come l’Herning Center of Arts in Danimarca (inaugurato nel 2009), il museo per la Città del Surf e dell’Oceano a Biarritz in Francia (inaugurato nel 2011) e la costruzione del Linked Hybrid Complex a Beijing, Cina (inaugurato nel 2009).

steven holl mino caggiula

 

Libri scritti da Steven Holl

Steven Holl è particolarmente noto per la sua ampia produzione di libri e scritti sull’architettura del ventesimo secolo.

Di seguito, i testi redatti dall’architetto statunitense:

1989 | Anchoring – Steven Holl
1991 | Pamphlet Architecture 13: Edge of a City – Steven Holl
1994 | Architectures of Herzog & de Meuron – Eduardo Souto de Moura, Hans Kollhoff, Rem Koolhaas, Steven Holl, Theodora Vischer
1996 | Intertwining – Steven Holl
1996 | Parallax – Steven Holl
1997 | Entrelazamientos – Steven Holl
2000 | Kiasma – Steven Holl
2003 | 32 Beijing/New York – Steven Holl
2005 | Experiments in Porosity – Steven Holl
2005 | Antologia di testi su sensual space: l’architettura fenomenologica – Steven Holl
2006 | Hybrid Instrument – Steven Holl
2007 | House: Black Swan Theory – Steven Holl
2007 | Architecture spoken – Steven Holl
2009 | Urbanisms. Lavorare con il dubbio – Steven Holl
2011 | Pamphlet Architecture 11-20 – Steven Holl
2012 | Scale – Steven Holl
2013 | Pamphlet Architecture 31: New Haiti Villages – Steven Holl
2014 | A New Golden Age: Nordic Architecture & Design – Kenneth Frampton, Steven Holl
2017 | ‘t’ Space 2016: Pat Steir […] – Steven Holl, Sanford Kwinter, Claire Gilman, Mark Morris, John Rajchman, Bonnie Marranca
2017 | Neil Denari: Displaced Buildings in The Aperiodic City – Steven Holl
2018 | Seven Houses – Steven Holl
2019 | Compression – Steven Holl
2019 | Library, a social condenser – Steven Holl
2019 | Architettura parlata – Steven Holl
Prossime uscite:
Steven Holl Architects: The John F. Kennedy Center for the Performing Arts REACH Expansion – Steven Holl

 

Sito web: stevenholl.com

Facebook https://www.facebook.com/stevenhollarch/

Instagram https://www.instagram.com/stevenhollarchitects/

Pinterest https://it.pinterest.com/freepin/steven-holl/

E-Mail mail@stevenholl.com

Photocredits cover: Motopark, Wikimedia.org

verde verticale

Verde verticale: come si realizza e vantaggi

By Stories&News

Il verde verticale è una realtà ormai molto presente nelle nostre città, dove questo particolare sistema di trattamento della parete viene utilizzato sia sulle facciate di edifici di interesse pubblico, sia nei progetti per abitazioni private.

Nato dall’idea del botanico parigino Patrick Blanc, il giardino verticale ne ha fatta di strada, dalla prima famosa realizzazione sul museo Quai Branly fino alle più recenti installazioni negli interni.

quai branly

Facciata verde del museo Quai Branly

Parete verde verticale: come funziona?

Un giardino verticale è una composizione di varie essenze botaniche, poste su una struttura verticale, ancorata alla parete dell’edificio.

Le essenze, generalmente scelte in base al clima e al soleggiamento della parete in cui verranno poste, crescono su dei pannelli stratificati di feltro e PVC. In questo modo vengono sfruttate al meglio le tecniche dell’idrocoltura: a loro volta questi pannelli sono inseriti in una gabbia metallica, posta leggermente discostata dalla parete dell’edificio, per garantire adeguata ventilazione e impermeabilizzazione.

Questo metodo di coltivazione consente un costante approvvigionamento idrico di acqua piovana e fertilizzanti, mediante un impianto di irrigazione collocato nella parte alta della parete verde.

Un altro metodo solido ed efficiente per la crescita delle essenze è una struttura a vasche dove ogni fila ha il proprio impianto di irrigazione.

Per quanto riguarda il posizionamento delle varie essenze che compongono il giardino verticale, questo deve necessariamente tenere conto delle condizioni micro-climatiche del luogo, che variano anche in base all’altezza della parete stessa, in particolar modo quando si tratta di giardini verticali per esterni.

In questo passaggio, non bisogna certo dimenticare l’effetto estetico, per cui l’accostamento delle varie specie botaniche avverrà anche in base ai colori e al “disegno” che si otterrà ad opera terminata.

verde verticale essenze

Essenze con differenti cromie

Verde verticale: quali vantaggi?

Il diffondersi dell’utilizzo delle pareti verdi, sia per esterno che per interno, non è soltanto legato al gusto estetico, ma anche alla chiara esigenza di migliorare sia il clima interno dell’abitazione, o dell’edificio in generale, sia quello esterno.

Più precisamente, una parete trattata a verde verticale non ha solo un enorme impatto estetico, ma anche una funzione di controllo climatico. I giardini verticali infatti migliorano la qualità dell’aria, sia all’interno che all’esterno degli edifici. Le piante, come noto, filtrano infatti naturalmente l’aria assorbendo le sostanze tossiche e abbattendo le polveri.

Un pannello di verde verticale inoltre è un isolante acustico, molto utile nelle città in quanto un giardino verticale può diminuire fino a 40 Decibel i rumori. Tutto ciò rende l’utilizzo del muro verde un valido aiuto per migliorare il clima acustico all’interno degli edifici.

Come si realizza una parete verde per interni?

Allo stesso modo, i giardini verticali posti all’interno degli edifici donano carattere agli ambienti, fornendo uno sfondo scenografico sia per gli interni di edifici a carattere commerciale che nelle residenze private.

Ovviamente trattandosi di piante che andranno all’interno, la scelta delle essenze in fase di progettazione del giardino verticale, cadrà su quelle che meglio si adattano alla vita in spazi indoor.

parete verde interno

Esempio di giardino verticale per interno

Non andrà dimenticato anche di illuminare correttamente la parete verde, poiché in base alla disposizione planimetrica della stessa, sarà fondamentale integrare l’illuminazione naturale con quella artificiale, così da garantire alle piante il giusto apporto di luce necessaria alla vita.

In questa tipologia di parete verde, l’irrigazione delle piante, che avverrà attraverso apposito impianto posto in concomitanza con la struttura di sostegno, giocherà un ruolo fondamentale, non potendo contare sulle acque meteoriche esterne.

Nei giardini verticali per interni, l’irrigazione può funzionare secondo due diverse tipologie di impianto:

impianto a circuito aperto, che prevede adduzione e scarico acqua, in modo tale che il giardino verticale sia totalmente autonomo, con irrigazione controllata da una centralina;

impianto a circuito chiuso, dove una vasca con riserva d’acqua irriga le piante in modo autonomo: in questo caso, è necessario provvedere al riempimento della vasca, prima che la riserva idrica si esaurisca.

Una alternativa altrettanto affascinante per l’utilizzo del verde verticale all’interno, è costituita dalla possibilità di utilizzare strutture free standing, dove il verde occupa entrambe le facciate della parete, che a questo punto può fungere anche da parete divisoria per ambienti, sia residenziali che commerciali.

Sempre per quanto riguarda l’allestimento di pareti verdi interne, molto suggestivi sono anche i quadri vegetali, variazione sul tema della parete vegetale, dove appunto le piante diventano un elemento di design, anche in piccoli spazi.

Le pareti verdi sono tutte uguali?

Ovviamente anche i giardini verticali non sono tutti uguali, ma esistono varie tecnologie costruttive, come accade per gli altri elementi che compongono gli edifici. Le tecniche più usate sono:

– il muro idroponico, ovvero la creazione di un giardino attraverso le coltivazioni idroponiche (ovvero che non necessitano del suolo). In questo caso la “pelle verde” è costituita da una superficie in cui vengono ricavate delle tasche per la sistemazione delle piante. Questa pelle, non essendo permeabile, blocca i raggi solari e le piante si nutrono attraverso un substrato inerte irrorato con elementi nutritivi disciolti in acqua.

– il muro vegetale, la tecnica messa a punto da Patrick Blanc, utilizza dei materassini autoportanti su cui sono disposte le piante, con sistema di irrigazione annesso su tutta la superficie. In questo modo si ottiene una cortina verticale folta (si tratta di circa 20 – 30 piante per metro quadro). La pannellatura in feltro funge sia da sostegno che da riserva idrica per le piante.

Giardini verticali: e per la manutenzione?

Per quanto riguarda la manutenzione di questi particolari “muri verdi verticali“, a seconda delle essenze scelte, essa avverrà con una frequenza che va da una a quattro volte l’anno, mentre sarà più frequente nelle pareti green interne.

In questo caso, soprattutto quando tali pareti andranno ad interessare spazi abitativi, diventa importante scegliere delle piante che non abbiano un eccessivo sviluppo in spessore, onde evitare di avere una eccessiva “invasione” del verde all’interno della stanza.

La bellezza e la versatilità delle essenze vegetali fanno sì che la tecnologia per la coltivazione delle piante su superfici verticali possa essere applicata praticamente ovunque, dalle grandi superfici esterne di edifici pubblici, a piccoli riquadri sapientemente ricavati su una parete all’interno dell’abitazione.

Ed è qui che sta la magia e la popolarità del giardino verticale: poter avere, a prescindere dalla disponibilità spaziale, il proprio angolo di verde.

Nizza Paradise: un fantastico giardino verticale

Un esempio rappresentativo di giardino verticale è stato realizzato dal nostro studio Mino Caggiula Architects.

muro verde verticale

Verde verticale usato su un edificio residenziale

All’interno del Nizza Paradise Residence, residenza di lusso costruita a Paradiso (Lugano, Svizzera), si può godere di questa ampia “opera verde”.

Scopri di più dal sito nizzaparadise.ch.

 

Altre informazioni: https://www.facebook.com/minocaggiulaarchitects/

kenneth frampton

Kenneth Frampton | I grandi architetti contemporanei

By Stories&News

L’architetto, storico, critico dell’architettura ed insegnante Kenneth Frampton è stato insignito nel maggio del 2018 del Leone d’oro alla Carriera durante la rassegna della Biennale di Architettura di Venezia, come riconoscimento al grande apporto culturale e alla formazione data negli anni a molte generazioni di architetti.

KENNETH FRAMPTON: FRA ARCHITETTURA E CRITICA

Nato nel 1930 a Woking, nella contea di Surrey in Inghilterra, Kenneth Frampton si forma come architetto alla Guildford School of Art e successivamente alla Architectural Association School of Architecture di Londra.

Conclusa la formazione, lavora in Israele negli anni dal 1961 al 1964, per poi proseguire la sua esperienza professionale a Londra presso lo studio Douglas Stephen and Partners, dove progetta il Corringham Building; questo edificio residenziale di otto piani ubicato a Bayswater (Londra) è caratterizzato da un’architettura dal linguaggio tipicamente modernista. Ed è proprio per questa sua valenza architettonica che dal 1998 il Corringham Building è un edificio tutelato.

Contemporaneamente all’inizio della carriera come architetto Kenneth Frampton intraprende la carriera di insegnante, partendo come visiting tutor presso l’Architectural Association di Londra.

Negli stessi anni inizia anche l’attività di redattore tecnico per la rivista Architetcural Digest (AD), collaborazione che prosegue fino al 1965. Inizia quindi fin da subito ad affiancare alla pratica professionale anche la ricerca, la scrittura e la critica architettonica, oltre all’attività di insegnamento.

 

kenneth frampton corringham

Corringham, condominio residenziale modernista a Bayswater, nel centro di Londra. È stato progettato da Kenneth Frampton tra il 1960 e il 1962 (photocredits: Wikipedia, Adam37)

 

KENNETH FRAMPTON E L’INSEGNAMENTO

Dopo gli anni trascorsi in Gran Bretagna, dove insegna presso la Princeton University School of Architecture (dal 1966 al 1971) inizia la sua carriera didattica negli Stati Uniti d’America.

Dal 1972 infatti è membro della Columbia University e, sempre nello anno, diventa membro anche dell’Institute of Architecture and Urban Studies di New York, prestigioso istituto che vanta fra i suoi membri nomi del panorama architettonico internazionale come Peter Eisenman, Manfredo Tafuri e Rem Koolhaas.

KENNETH FRAMPTON E LA PRODUZIONE SCRITTA

Kenneth Frampton è particolarmente noto, oltre che per la sua attività didattica, anche per i suoi libri e scritti sull’architettura del ventesimo secolo, in particolar modo per il suo ruolo centrale nella fenomenologia architettonica.

Alcuni dei suoi libri più famosi sono sicuramente Storia dell’Architettura Moderna, edito tra il 1980 e il 1982, e Studies in Tectonic Culture, pubblicato nel 1995.

L’opera che ottiene maggiore attenzione e che, in un certo senso, segna la carriera di Kenneth Frampton ottenendo una grande importanza e influenza nell’educazione architettonica è il suo saggio Towards a Critical Regionalism, pubblicato nel 1983.

Come critico e storico dell’architettura, Kenneth Frampton ha pubblicato ad oggi molti libri e saggi sull’architettura fra cui si annovera una raccolta che racchiude tutti gli scritti prodotti in 35 anni di lavoro.

Fra la sua vasta produzione scritta, troviamo anche molte biografie di architetti di livello internazionale, da esponenti del movimento moderno come Le Corbusier ad altri contemporanei come Steven Holl e Alvaro Siza.

KENNETH FRAMPTON E IL REGIONALISMO CRITICO

La fama internazionale dell’architetto britannico deriva anche dalle sue teorie sul Regionalismo critico.

Il Regionalismo critico è un approccio all’architettura che si pone in contrasto con l’idea di mancanza d’identità e di senso di appartenenza di alcune architetture moderne, sostenendo che sia proprio il contesto geografico in cui si pone l’edificio in questione a conferirgli la propria identità. Questo termine, nato nel corso degli anni Ottanta in concomitanza con la nascita dell’architettura postmoderna, si pone come reazione e critica all’architettura moderna. Cerchiamo di capirlo meglio.

KENNETH FRAMPTON, IL LIBRO “STORIA DELL’ARCHITETTURA MODERNA” E IL REGIONALISMO CRITICO

All’interno del libro “Storia dell’Architettura Moderna” Kenneth Frampton afferma che il regionalismo critico deve essere inteso come una pratica marginale che, se da una parte svolge una critica della modernizzazione, rifiuta tuttavia di abbandonare quegli aspetti emancipatori e progressisti dei retaggi dell’architettura moderna. Inoltre il Regionalismo critico promuove la realizzazione dell’architettura come un fatto tettonico, piuttosto che la riduzione dell’ambiente costruito a una serie di episodi scenografici mal assortiti. Il Regionalismo critico ha carattere locale nella misura in cui, inevitabilmente, accentua certi fattori specifici di un sito, a partire dalla topografica, considerata come una matrice tridimensionale in cui si inserisce la struttura, per arrivare al gioco mutevole della luce locale attraverso la struttura stessa.

KENNETH FRAMPTON E IL MOVIMENTO MODERNO

Nella teorizzazione di Frampton, modernismo e regionalismo critico si intrecciano spesso, tanto da dare vita ad un ciclo di lezioni tenute da Kenneth Frampton presso l’Accademia di Mendrisio fra il 1998 e il 2002.

Da questa esperienza didattica è nato un volume che presenta al suo interno tutta una serie di progetti che si discostano dai dettami canonici del movimento moderno: sono descritte varie opere che, pur rifacendosi ad alcuni dogmi del movimento moderno come ad esempio il tetto piano, declinano in maniera prettamente personale tutta una serie di elementi, dalla vetrata continua al sistema strutturale in cemento armato. Non a caso il titolo del volume, l’altro movimento moderno, sottintende una certa distanza dalla “dottrina stilistica” redatta nel corso dei CIAM (congresso internazionale di architettura moderna) da il 1928 al 1959.

Lo stesso Frampton definisce con queste parole il suo lavoro: “Ho elaborato il tema di una modernità “altra” (…) perché vorrei che questa raccolta, altrimenti apparentemente arbitraria, venisse letta come la chiave di un approccio alternativo che, invece di aspirare all’astrazione universale, sia, al contrario, articolato ed espressivo (…)”

IL LEONE D’ORO ALLA CARRIERA

Grazie al suo impegno nella critica architettonica e nella storia dell’architettura moderna, Kenneth Frampton ha ricevuto nel corso della sua lunga carriera molto riconoscimenti, fra cui il più recente è il Leone d’Oro alla Carriera consegnatogli durante la XVI edizione della Biennale di Architettura di Venezia.

Fra le motivazioni della curatrice Yvonne Farrell e Shelley McNamara che hanno portato a questo importante riconoscimento alla carriera di Kenneth Frampton è stato evidenziato come la sua esperienza di architetto professionista abbia favorito una profonda comprensione del processo progettuale e organizzativo degli edifici, favorendo quindi anche la critica nei confronti delle varie forme della pratica e dell’architettura.

Il conferimento del Leone d’Oro alla Carriera a Frampton è il modo giusto per rendere omaggio ad un maestro, e allo stesso tempo è un riconoscimento importante all’insegnamento critico dell’architettura, che possa essere da esempio e da guida per tutte le nuove generazioni di professionisti.

 

Descrizione foto in apertura:
Kenneth Frampton durante un convegno alla GSAPP Columbia University di New York (Graduate School of  Architecture, Planning and Preservation). Photocredits.

elia zenghelis

Elia Zenghelis | I grandi architetti contemporanei

By Stories&News

Nato ad Atene nel 1937, Elia Zenghelis è conosciuto a livello internazionale non soltanto per la sua professione di architetto, ma anche per la sua lunga carriera nell’insegnamento.

L’architetto greco studia architettura presso la Architectural Association School of Architecture a Londra, laureandosi nel 1961. Il suo avvicinamento al mondo dell’architettura coincide con l’affermarsi, nel panorama internazionale, di idee dalle utopie radicali, di cui ricordiamo i principali nomi quali Archizoom e Archigram.

Erano gli anni della sperimentazione, dove l’architettura era anche utopia, una riformazione concettuale della figura dell’architettura e dell’urbanistica. Questa ricerca denotava la diffusa esigenza di formulare nuove teorie, una ricerca verso una nuova maniera di intendere lo spazio e il rapporto fra forma e funzione.

Nei dieci anni successivi lavora per gli architetti Douglas Stephen and Partners, a Londra, iniziando la carriera di insegnamento, e dal 1963 presso la stessa Architectural Association sotto la guida di Hermann Senkowsky.

Zenghelis divenne un insegnante di spicco nella scuola per aver introdotto nell’insegnamento l’idea dell’avanguardismo radicale, di cui era fortemente convinto già dall’inizio degli studi, inizialmente come fervente sostenitore del pensiero di Archigram, per poi spostarsi verso una visione più a grande scala dell’architettura.

La ricerca urbanistica di Elia Zenghelis

La ricerca urbanistica di Elia Zenghelis inizia già dagli anni accademici, prima con il Tema X e poi con Archigram. L’incontro con Rem Koolhaas, conosciuto mentre quest’ultimo era ancora uno studente della Architectural Association School, si fortifica con la partecipazione al concorso La città come ambiente significante, indetto nel 1971 da Casabella.

Per questo concorso, i due architetti propongono il progetto Exodus, che consisteva in una città lineare, definita da due lunghi muri paralleli e sovrapposta al tessuto di Londra come una sorta di Muro di Berlino invertito.

Dal 1971 al 1975 l’architetto greco collabora con vari studi fra Londra, Parigi e New York, fino alla fondazione dello studio “Office for Metropolitan architecture”, meglio conosciuto come OMA, con lo stesso Rem Khoolaas, Zoe Zenghelis (ex compagna di Elia) e Madelon Vriesendorp.

Dal loro primo incontro, la collaborazione fra Elia Zenghelis e Rem Koolhaas durerà per oltre quindici anni, uniti dal tema comune della grande dimensione dell’architettura, all’interesse, soprattutto dell’architetto olandese per Manhattan, da cui derivarono anche una serie di progetti “immaginari”, come per la “grande città”, che diventerà il tema ricorrente del lavoro di OMA degli anni Settanta e Ottanta.

Fra le opere di Office for Metropolitan Architecture si nota l’influenza centrale di Elia Zenghelis nei primi lavori, fra cui l’ampliamento del parlamento olandese all’Aja (1978), il Parc de la Villette a Parigi (1982), l’alloggio di Checkpoint Charlie a Berlino (1990).

Mentre i primi sono progetti di concorso non realizzati, il progetto per gli alloggi nella zona di checkpoint Charlie, iniziato nel 1982, è stato terminato nel 1990.

Successivamente al progetto di OMA per il Parc de la Villette (Parigi), nel 1982 Zenghelis apre una sezione di OMA ad Atene. Solo cinque anni dopo, nel 1987, lascia definitivamente la partnership con Rem Koolhaas per creare il nuovo studio associato Gigantes Zenghelis, con l’architetto connazionale Eleni Gigantes. Nonostante questo nuovo studio, la prominente attività di Elia Zenghelis rimane comunque l’insegnamento, prima come docente a Düsseldorf, poi a Zurigo, Mendrisio e Rotterdam.

Gli alloggi in zona Check Point Charlie

Il progetto relativo al Check Point Charlie pensato da Zenghelis e OMA sfrutta le qualità latenti del sito. L’edificio funziona come una serie di padiglioni per il controllo delle frontiere che formano un podio: al piano strada, quindi, rimangono le attività legate al controllo della dogana, che interessano anche il resto del sito e includono un parcheggio.

elia zenghelis checkpoint charlie

Un prospetto dell’edificato di Check Point Charlie (photocredits)

Attualmente, l’edificio si trova nella zona dominata dai resti del periodo pre e post bellico, dal Muro di Berlino e, appunto dal Check Point Charlie, punto di confine fra ciò che era l’Est e l’Ovest della città di Berlino.

Punto di partenza per la stesura del progetto fu la netta separazione fra la funzione militare e quella privata. L’edificio, nei piani superiori, ospita 31 alloggi orientati verso l’interno, dove sono presenti anche piccoli giardini abbinati agli appartamenti dai tagli duplex. Gli appartamenti hanno varie metrature e disposizioni planimetriche, con alloggi simplex, duplex, fino agli attici (questi ultimi sono posti al piano sesto) di metratura differenziata.
Per quanto riguarda la facciata sul lato strada, essa è costituita da un piano verticale, scandito da finestre a nastro, ritmate da sottili telai metallici neri. Esteticamente, la costruzione mostra evidenti legami con l’architettura funzionale, con evidenti rimandi anche alla scuola di Le Corbusier, soprattutto nel trattamento delle facciate e nell’uso delle finestre a nastro. Elia Zenghelis e OMA vanno oltre, introducendo elementi tipici dell’architettura degli anni Cinquanta in facciata, mentre la scelta di differenziare gli appartamenti in varie metrature e dislocati su livelli differenti, è figlia degli interventi residenziali olandesi, attuati negli stessi anni.

Dopo la caduta del muro di Berlino, venendo meno la funzione di frontiera, gli spazi al piano terra sono stati ripensati come spazi ad uso commerciale.

Conclusioni

Una vita dedicata all’architettura radicale, possiamo definire quindi, quella di Elia Zenghelis. Fin dall’inizio degli Anni Sessanta quando, accortosi della crisi che stava vivendo l’architettura (grazie all’Architectural Associate nel quale era inquadrato come insegnante), l’archistar greca riuscì a far giungere a Londra altri grandi professionisti di quel tempo.

Nella lunga carriera di insegnante e teorico dell’architettura, può vantare di essere stato il maestro di grandi nomi dell’architettura contemporanea, come Steven Holl, Rem Koolhaas del quale è stato sia insegnante (in un tempo in cui docenti e studenti aprivano un dibattito continuo sull’architettura) e Zaha Hadid.

elia zenghelis zoom

Un primo piano di Elia Zenghelis

 

Elia Zenghelis e lo studio Mino Caggiula Architects

Elia Zenghelis è stato un “maestro” per Mino Caggiula ed è un “amico” dell’intero studio.
L’architetto svizzero ha conseguito il Master of art in Architecture presso l’Accademia di Mendrisio proprio grazie a un progetto per la riqualifcazione urbana dell’intera laguna di Venezia, elaborato con l’Architetto Elia Zenghelis, vincendo il primo premio SIA, Svizzera, ed il primo premio Regione Veneto.

Come già accennato nella pagina relativa alla descrizione del nostro studio di architettura a Lugano, la collaborazione con Elia Zenghelis ha permesso allo studio di affacciarsi al panorama internazionale e di colmare quella distanza che spesso nasce tra Teoria e Architettura costruita.

 

arcology

Arcology: significato, la città di Paolo Soleri e il futuro

By Stories&News

Arcology, crasi di architettura ed ecologia, “propone una forma urbana tridimensionale altamente integrata e compatta”, in totale contrapposizione del consumo incontrollato di terra, energia e tempo.

E’ un’idea dell’architetto Paolo Soleri, che con i suoi lavori e scritti mise in discussione il concetto di città moderna e di come viviamo sulla terra. Soleri cercò di dare un’alternativa concreta all’urbanizzazione diffusa contemporanea e allo scenario di un futuro catastrofico che si prospetta, a causa dell’inquinamento globale.

PAOLO SOLERI E L’ARCOLOGY

arcology

Arcology: schizzo di Paolo Soleri

 

Soleri si laureò al Politecnico di Torino nel 1946 e l’anno successivo si trasferì negli Stati Uniti dove lavorò per due anni nella scuola-studio di Wright a Taliesin West.
La sua esperienza formativa si basò principalmente sull’osservazione empirica degli insegnamenti del maestro, in quanto, giunto in America senza conoscere l’inglese, gli venne affidato il compito di tuttofare/cuoco/cameriere, ruolo che ricoprì con entusiasmo, poiché gli permetteva di muoversi e studiare liberamente tutto ciò che avveniva, senza essere precluso ad un unico settore.

Secondo Wright il problema attuale della città era la separazione con la campagna, così teorizzò Broadacre city, un sistema urbanistico basato sul decentramento e l’estensione in lunghezza, per dare a ciascun abitante uno spazio minimo dove costruire la propria casa e coltivare la propria terra, secondo le esigenze del singolo.

Trovatosi in disaccordo con le teorie del suo maestro, tornò in Italia e si recò a Vietri per imparare al meglio l’arte tipica della ceramica dalla famiglia Solimene, prima come apprendista, per poi successivamente realizzare la fabbrica. In tutto il suo percorso sarà fondamentale il tatto, il toccare e il lavorare l’argilla e altri materiali.

La purezza del paesaggio e la natura incontrastata dell’Arizona, lo riportarono negli Stati Uniti, dove fondò Cosanti, una sorta di scuola-cantiere in cui gli studenti dell’Università dell’Arizona sperimentavano la vita comunitaria, costruendo un ambiente ecologico, autofinanziato, grazie alla produzione e vendita di oggetti artigianali utilizzando la sabbia.

Cosanti è un “laboratorio urbano” che si pone come continuazione di Taliesin; essa nasce dall’unione di cosa+anti, prima delle cose, e si basa su procedimenti apriori, lo studio e la sperimentazione di nuove forme e modi abitativi. Essa sarà il fondamento da cui Soleri potrà costruire la sua città, Arcosanti.

PAOLO SOLERI ARCHITETTO

Paolo Soleri è stato quindi uno sperimentatore di linguaggi architettonici, e non solo: il suo lavoro ha intersecato l’architettura con aspetti biologici e sociali, introducendo i temi della sostenibilità ambientale e della sovrappopolazione.
L’architetto torinese credeva fortemente che, nella moderna urbanistica, dovesse essere messo l’uomo al centro di tutto, per far si di recuperare il senso di società più equa e dei rapporti sociali.

ARCOSANTI: LO SVILUPPO

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Visione dall’alto di Arcosanti in Arizona

 

Nel 1970, molti volontari ispirati dal sogno di Soleri si recarono nel deserto per costruire dal nulla il primo prototipo di arcology, Arcosanti. La città si pone come un cantiere di sperimentazione permanente, dove sotto l’ottica dell’evoluzione, si sperimentano nuove forme di aggregazione.
Tutti i progetti di Soleri sono preceduti da attente riflessioni sulla società e gli impulsi che si instaurano tra gli uomini. Egli fu in grado di realizzare un’attenta analisi del periodo storico che stava vivendo e le sue analisi sono attuali ora più che mai. Passò la sua intera esistenza nella quasi totale indifferenza dei suoi contemporanei, che non furono in grado di comprenderlo, ma il suo disegno è un importante messaggio per il mondo di oggi, dove il sovraffollamento, la mancanza di risorse e l’inquinamento stanno diventando sempre più imperanti.

È necessario ripensare totalmente all’architettura e all’“uso e al consumo delle risorse della terra, non del suo capitale, è essenziale se vogliamo tenere aperte delle opzioni per il futuro”.

Nella città moderna l’uomo è diventato un eremita, la società lo obbliga a perseguire i miti del benessere e del successo, trascorrendo molte ore del suo tempo libero chiuso in auto imbottigliato nel traffico, per percorrere distanze sempre maggiori tra centri abitativi e lavori-servizi. Si instaura una servitù dell’uomo con la macchina, che determina la pianificazione urbana attuale.

Ciò determina il fenomeno dell’urban sprawl, nelle suburbia americane, dove i centri abitativi si estendono per chilometri, seguendo il sogno americano della casa unifamiliare con steccato bianco. Per contrastare questa espansione urbana incontrollata ed il predominio dell’automobile, la città deve crescere verso l’alto, diventando tridimensionale, adattandosi e proteggendo la natura circostante.
La scala delle città deve tornare ad essere a misura d’uomo, in cui non c’è necessità di auto, ma dove i pedoni possono muoversi liberamente ed efficacemente, senza pericolo.

Gli edifici sono densamente abitati, grazie all’unione di funzioni e servizi, così da limitare gli spostamenti e gli spazi inutili, sfruttando i principi del minimalismo contro l’ideale materialistico dell’accumulo compulsivo.
Viene utilizzato un sistema ad energia passivo, che sfrutta la tecnologia e l’utilizzo di materiali altamente isolanti, in grado di assicurare l’efficienza e il benessere termico, attraverso sia l’irraggiamento solare, che il calore prodotto dagli stessi abitanti, senza ulteriore dispendio di energia. Così la città è ottimizzata e si riscalda e raffredda naturalmente, ed inoltre è autonoma grazie a trattamento delle acque e fognature.

Le città moderne sono caratterizzate dalla separazione con gli impianti produttivi e le aziende, le quali si trovano fuori dai suoi confini. È necessario riappropriarsi dei metodi produttivi, riportando l’agricoltura e la manifattura all’interno della città. Tutto ciò che serve per il sostentamento e il funzionamento della città si deve trovare al suo interno ed essere facilmente accessibile a tutti, creando connessione tra cibo, energia e persone.
Questa diventa un tutt’uno tra le sue parti, non è più un mero contenitore, ma riflette le singole vite che la compongono.
Fondamentale è lo spazio pubblico, che ritorna ad essere un luogo di incontro e di scambio, in grado di creare un senso di comunità.

 

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Schizzo di Paolo Soleri

 

Lo schema funzionale di Arcosanti, si basa sulla realizzazione di un insediamento progettato su terrazzamenti, dato anche dalla conformazione morfologica del territorio: questo insediamento si basa sulla costruzione di due grandi strutture, atte ad ospitare circa 5’000 abitanti.
Le costruzioni sono in parte realizzate in cemento gettato in opera, e in parte realizzate con il metodo della formatura a terra, l’argillosità del terreno viene sfruttata come stampo per il getto del calcestruzzo.
Con questa tecnica, gli elementi, che assumono una colorazione particolare, una volta giunti a maturazione vengono assemblati per creare anche strutture complesse.

La Volta Sud, è fra tutte, la costruzione più significativa e la prima struttura sulla cima della collina; è formata da un arco di oltre diciotto metri di diametro, costituito da dodici pannelli di cemento curvi; la volta Nord è stata in seguito aggiunta al fine di utilizzare questo spazio coperto per spettacoli ed eventi vari.

 

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Schizzo di Paolo Soleri

 

Altra struttura fortemente identificativa del luogo è la Ceramic Apse, utilizzata per la produzione di ceramiche. La struttura absidale, è stata realizzata sia con la tecnica del cemento gettato in opera sia prefabbricato; all’interno dell’abside esposta a sud si crea inoltre un microclima favorevole alle attività all’aperto.

Infine, il Soleri Office Drafting è un edificio su tre livelli, che ospita residenza e studio nel quale ha vissuto lo stesso architetto fino alla sua morte nel 2013. Il livello più alto ospita un appartamento, il piano intermedio è occupato dagli uffici amministrativi della Cosanti Foundation, la quale attualmente rappresenta l’istituzione no-profit, incentrata sullo studio di nuove forme di urban design e sul finanziamento di nuovi progetti, alla base della gestione economica di Arcosanti, mentre al piano terra si trova una sala riunioni con annessa serra solare per il riscaldamento invernale degli stessi ambienti.

Volte, absidi, circonferenze, si ripetono all’interno della città di Arcosanti, sia nelle strutture che nelle decorazioni presenti sugli edifici, una sorta di richiamo geometrico e strutturale alla Terra.

Ad oggi, solo il 5% del progetto di Soleri è stato realizzato, ma gli abitanti della comunità continuano a seguire i suoi insegnamenti e a costruire gli edifici da lui ipotizzati: a livello energetico continuano a dipendere ancora dalle forniture esterne, ma viene stimato il raggiungimento dell’autosufficienza entro pochi anni.

WORKSHOP E ARCOLOGY

Giornalmente all’interno della comunità di Arcosanti, visitata ogni anno da migliaia di turisti, vengono organizzati workshop di agricoltura, design e molto alto, ai quali anche gli stessi turisti possono partecipare. E’ una sorta di “porta di accesso” al progetto della città, per rendere partecipi anche i turisti di cosa voglia dire vivere all’interno di questa particolare comunità.

Soleri non fu il solo pensatore, che, durante il secolo scorso, provò a formulare una nuova tipologia di società. Le Ville Radieuse e la città verticale di Hiberseimer, furono fondamentali per la riflessione sull’area verde e sull’edificio come organismo che integra funzioni e infrastrutture. Tuttavia le teorie espresse precedentemente si basavano ancora sulle necessità economiche e produttive dettate dal capitalismo e non prevedevano una totale trasformazione della comunità. Per le Corbusier e Wright, l’auto è considerata il motore stesso della città, in grado di migliorare la vita dell’uomo e portare benefici. Il problema affrontato è la strada e come rendere la mobilità più scorrevole e pratica, non l’automobile stessa!

L’architetto torinese pone la sua analisi, considerando il riscaldamento globale e come rallentare il disfacimento attuale del nostro pianeta. Ciò è possibile solo ripensando totalmente al modo in cui viviamo e compiendo una “riformulazione”, creare totalmente un nuovo sistema, scostandosi dai tentativi precedenti di migliorare il sistema già esistente, considerati delle “riforme”.

ARCOLOGY E IL FUTURO

 

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Schizzo di Paolo Soleri

 

La pianificazione urbana in Cina e nel resto dei paesi in via di sviluppo deve affrontare una alta crescita demografica seguita da una rapida urbanizzazione, mentre nello stesso tempo deve considerare i limiti di suolo libero e delle risorse naturali, oltre ai cambiamenti climatici. La popolazione cinese è concentrata nelle città, dove il bisogno di automobili è sempre più alto.

In questo contesto, nasce l’interesse di Soleri di creare città dove il consumo di suolo, terreno agricolo, energia e risorse è minimo. Lean Linear City viene formulata per la prima volta nel 2004 durante una conferenza a Macau e successivamente viene presentata nella mostra “3-d City:Future China” a Beijing nel 2009.
Questa nuova tipologia urbana riprende il concetto di arcology e lo sviluppa in un continuum tridimensionale, che attraversa i continenti, collegando le persone per chilometri.

Soleri la definisce un iper organismo urbano, dove aspetti funzionali distinti operano assieme creando un ‘sistema più logico dove urbanismo, generazione di energia, e logistica sono legati assieme. “In un’arcologia, l’ambiente costruito e i processi di vita degli abitanti interagiscono come organi, tessuti e cellule in un organismo altamente evoluto”. La città diviene un corpo vivo e funzionante in cui coesistono tre elementi fondamentali: la mobilità, l’apparato circolatorio della città, la quale attraverso le sue arterie collega e porta sostentamento ai propri abitanti, la struttura, lo scheletro, che protegge da eventuali catastrofi naturali e si occupa della produzione di energia passiva, e tutti gli aspetti culturali interconnessi che rendono funzionante questo sistema.

La città è composta da moduli concatenati che creano due assi urbani continui collegati attraverso ponti, che si estendono paralleli per chilometri, seguendo i venti dominanti di una regione o i corsi d’acqua.
Questi moduli si uniscono come le vertebre della spina dorsale e possono ospitare 3000 abitanti, creando dei micro centri urbani in grado di autodefinirsi da sé, in quanto sono i residenti stessi a determinare le funzioni e i servizi che saranno presenti, a seconda dei bisogni. Ogni modulo è unico, poiché si instaureranno approcci e rapporti diversi, in grado di servire a tutte le necessità, è un luogo in cui vivere, lavorare, creare, scambiare, produrre energia e cibo e trascorrere il tempo libero nei parchi. Così si riporta la città ai contadini, i quali stanno progressivamente abbandonando la terra per i grandi centri.

La Linear City può nascere ovunque, poiché la sua struttura stessa si crea seguendo il paesaggio naturale, ma è fondamentale un periodo di sperimentazione e collaudo. Lo stesso processo costruttivo è pensato per realizzare un modulo alla volta, così da srotolarsi sul terreno in maniera progressiva e continua.

 

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Render di Lean Linear City

 

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Ritratto di Paolo Soleri ad Arcosanti

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Urban sprawl: significato, sfide sociali, soluzioni

By Stories&News

Una città che cresce in modo disordinato e consumando suolo: così possiamo, in poche parole, riassumere il fenomeno dell’urban sprawl, detto anche città diffusa.

Questo particolare fenomeno urbanistico si presenta nelle zone periferiche delle città, e associa all’espansione urbana incontrollata in queste aree il fenomeno della bassa densità abitativa.

urban sprawl

Esempio di quartiere diffuso a Le Beausset (Francia)

 

Non di rado ormai anche in Europa è diventato frequente osservare come molte periferie delle grandi città siano interessate da questo fenomeno della città diffusa.

Complice anche il costo inferiore del terreno, la tendenza è sempre più quella di allontanarsi dal grande centro urbano, restando comunque all’interno del cosiddetto “hinterland”, che diventa disseminato di agglomerati urbani sparsi, senza una apparente pianificazione.

Le conseguenze dell’urban sprawl (o “città diffusa”)

I principali effetti negativi dello sprawling urbano sono, oltre alla mancata pianificazione dell’espansione della città, l’elevato consumo del suolo a fronte di una scarsa densità abitativa.

Va da sé, che questi fattori non giovino minimamente all’ambiente e al contenimento del consumo energetico, così importante per la salvaguardia del nostro Pianeta.

Nei secoli, la città storica si è distinta per il suo insediamento accentrato intorno ad un punto nodale, solitamente di interesse commerciale o difensivo. Intorno ad esso la città si costituiva ed evolveva, ma sempre con una densità abitativa molto elevata. Dalle insulae romane (“isole romane”, paragonabili alle case popolari) ai moderni edifici multipiano.
Il desiderio e la ricerca individuale di una dimora più “isolata” ha fatto in modo che la città si espandesse nel territorio circostante con nuove abitazioni in modo disorganizzato.

Oltre ad un notevole consumo di suolo, non più ammissibile in tempi moderni, questa diffusione crea inoltre i cosiddetti quartieri dormitori. Parliamo di quei pezzi di “città” sprovvisti perfino di minimi servizi, in genere costituite da abitazioni servite da strade vicinali e niente altro.

È intuitivo comprendere che tutto questo non ha nulla a che vedere con il vero concetto di città.

città diffusa città compatta

La città diffusa con in lontananza la città compatta (Ankara)

Bisogna infatti a questo punto fare un distinguo importante: dispersione urbana, sprawling, non significa crescita. Si tratta invece di un passaggio, dalla città compatta del passato come accennavamo in precedenza, alla moderna città diffusa.

Una città appunto esplosa, diffusa: “sprawl”, termine inglese che meglio rappresenta il fenomeno.

Oltre appunto al fenomeno del consumo del suolo, che già potrebbe essere sufficiente a catalogare questa espansione diffusa come non ecosostenibile, questa esplosione della città porta gli abitanti delle zone a bassa densità a doversi spostare quotidianamente. Di conseguenza, utilizzando spesso auto di proprietà per raggiungere il luogo di lavoro e servizi, dislocati all’interno della città compatta, si ha la tendenza ad incrementare l’inquinamento atmosferico da polveri sottili.

Le sfide sociali imposte dallo urban sprawl

Le conseguenze di tutto questo sono evidenti. Da una parte, come già più volte evidenziato, i problemi di sostenibilità ambientale; ma non bisogna dimenticare anche le sfide di carattere sociale, che la città diffusa ha portato alla luce.

I nuovi stili di vita, plasmati o determinati dalla dispersione abitativa, sono spesso caratterizzati dallo smarrimento del senso di appartenenza e di identificazione con i luoghi. I nuovi quartieri dello sprawl urbano rischiano di isolare gli abitanti dal resto della città. Questi quartieri diventano, in questo caso, delle vere e proprie “città nella città”, in cui gli abitanti non si sentono più legati ad un luogo.

zone ai limiti della città alto

Uno squarcio di New Jersey dall’alto: un evidente esempio di sviluppo di “urban sprawl” all’americana

 

Guida di sopravvivenza allo urban sprawl: possibili rimedi

Per porre fine e in un certo senso anche rimedio al fenomeno, è necessaria un’attenta implementazione delle politiche di pianificazione urbanistica per guidare le città verso uno sviluppo strutturato, che preservi le aree verdi e gli spazi a destinazione agricola.

Insieme a questa previsione, possono essere adottati anche dei rimedi a breve termine per cercare di arginare le conseguenze negative dell’urban sprawl già esistente.
Una di queste soluzioni cerca di porre rimedio al fenomeno di spostamento di massa della popolazione dalla città diffusa verso la città compatta, attraverso l’uso del mezzo proprio.
Da qui si sviluppano i vari sistemi di trasporto, di cui ricordiamo di seguito i più usati:

Carsharing, ovvero la condivisione dell’auto per spostarsi dall’abitazione al luogo di lavoro, diminuendo l’afflusso delle auto in entrata nella città;
– Il bikesharing, che permette il noleggio della bicicletta per raggiungere dei punti di interesse evitando l’immissione dell’automobile in città.

Annullare il fenomeno è pressoché impossibile, ma è fattibile mitigarne gli effetti, evitando che lo sprawling proliferi ulteriormente.
Ciò può essere attuato solo tramite attente politiche di pianificazione urbanistica, che riportino il trend verso la città compatta e la maggiore densità abitativa, per anni tanto “demonizzata”.
Non è un caso se la città storica ha saputo, nei secoli, evolversi e adattarsi ai tempi, senza perdere la propria identità. E’ la dimostrazione di un modello insediativo funzionale, cosa che non si può dire altrettanto per la città diffusa.

La città compatta è una città concentrata, come suggerisce la definizione stessa, con relazioni complesse ma ridotte. Ciò permette una gestione più semplice della mobilità, e che porta alla conseguente diminuzione degli sprechi energetici e all’abbattimento dei consumi.

Inoltre, come già detto, questo modello di città non affida il suo funzionamento esclusivamente al mezzo di locomozione privato, come avviene nella città diffusa, ma favorisce ed implementa l’uso della viabilità pubblica.

Questo modello di città, che altro non è che l’evoluzione del modello storico, propone al suo interno tutte quelle caratteristiche d’integrazione fra urbanità e infrastrutture che sono diventate estranee nella città diffusa.

Ed è proprio questa estraneità il motivo per cui l’urban sprawl finisce per ridursi ad un agglomerato residenziale, privo di regole e pianificazione.

Effetti negativi dello urban sprawl: pubblicazioni

Grande sensibilità agli effetti negativi dello urban sprawl viene dedicata dal Journal of Environmental Economics and Management, periodico accademico di economia ambientale edito da Elsevier. Il giornale, diretto da Roger H. von Haefen (professore di economia agraria all’università della Nord Carolina) e da Till Requate (professore di New Institutional Ecoomics alla CAU, Università di Kiel), esperti internazionali in materia di “economia e green”, pubblica articoli teorici ed empirici dedicati a risorse naturali e questioni ambientali.

Altra pubblicazione di una certa rilevanza nel settore è “Land Use Policy”, rivista online interdisciplinare che si occupa in ogni aspetto dell’uso del suolo urbano e rurale. Entrambe hanno la volontà di fornire indicazioni utili e orientamenti a governi e istituzioni che si occupano di architettura e ambiente.

L’urban sprawl in Svizzera e in Italia

Il fenomeno dello urban sprawl, inizialmente nato in America già agli inizi degli anni Sessanta del Novecento, negli ultimi anni si è purtroppo ormai diffuso in tutta Italia e in un ampio bacino del Canton Ticino, coinvolgendo così la parte settentrionale della Svizzera.
Soltanto gli elementi naturali (le valli circostanti, come il valico del San Gottardo) riescono a mitigare questo evento.

L’urban sprawl ha acquisito proporzioni di notevole entità: dagli anni Cinquanta a oggi sono andati persi quasi 8 milioni di ettari di superficie agraria. Una superficie, per dare delle proporzioni, estese quanto la regione Lombardia, Sicilia e Sardegna messe insieme.

Fino agli anni Novanta, per di più, il consumo di suolo procedeva parallelamente alla crescita demografica e al proliferare dell’industrializzazione. A metà degli anni Novanta, invece, la crescita della popolazione si è arrestata, e lo sviluppo economico ha iniziato ad avere i primi segnali di rallentamento. Eppure, nonostante questi fenomeni, il consumo del suolo ha avuto una notevole accelerazione.

Leche Park Residence: un esempio “contro” lo “urban sprawl”

leche park residence versus urban sprawl

Leche Park Residence

Proprio nel contesto dello sprawl urbano in Svizzera e Italia, lo studio Mino Caggiula Architects ha concluso nel 2017 la realizzazione del complesso abitativo Leche Park Residence, nella città di Bellinzona (Canton Ticino). Con questo progetto si è andati in controtendenza allo sprawl urbano, contro le piccole-medie volumetrie che ricoprono il paesaggio ticinese a discapito di aree verdi e spazi aggregativi disegnati.

Leche Park Residence: scopri di più

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